I molti segreti del bianco

Scritto da Sergio Garbato
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Che cos'è il bianco? Assenza di colore o, al contrario, la somma di tutti i colori? Vuoto iniziale o, piuttosto impronta cancellata di ciò che è stato?
Stando alla suggestiva rassegna di opere che l'artista veneziano Ferdinando Celin propone in questi giorni tra le rosse e antiche pareti della Tavernetta di Palazzo Roncale, si direbbe che il bianco è presenza di ciò che si sottrae.
C'è, infatti, un nudo di donna che, nel momento stesso in cui si illude di apparire, svanisce in una sorta di nebbia lattiginosa o dietro una trina sconvolta dalla luce.
E c'è la Madonna bizantina di un'antica icona che ha perduto in una sorta di polvere lunare lo scintillio degli ori e l'intensità degli azzurri e perfino l'altera profondità dello sguardo bruno.
C'è ancora la veneziana e sofisticatissima facciata di San Moisè che distilla nel bianco i suoi grafismi barocchi. Il mondo di Ferdinando Celin ha la luminescenza di un paesaggio lunare al chiaro di luna o la candida accensione del castello della " Regina della neve " descritto da Hans Christian Andersen.
Ma, cosa ancora più curiosa e misteriosa ad un tempo, dove il bianco si consuma e, per cosi dire, si spegne, c'è una sorta di illusione di colore (celestini, rosati, ma anche grigiastri e verdastri). E, quasi capovolgendo i termini del discorso, questa illusione di colore stabilisce, piuttosto, l'assenza del bianco.
Tre, come è stato più volte suggerito, sono i soggetti che affascinano l'immaginario di Celin: le architetture veneziane (dove per architettura si intende anche il profilo di una gondola o lo stagliarsi di un ponte), i nudi femminili e le immagini sacre che un poco svariano al kitch. Tre soggetti consumati da secoli di pittura e di iconografia, che, però, l'artista veneziano riscatta nel turgore del bianco, riducendo il mondo ad una forma che si fa indistinta in un gioco di sfumature monocrome e in una sorta di allontanamento dallo sguardo e dal reale. Un mondo che stinge e incanutisce una sequela di vecchioni che spiano le opulente e bianchissime forme di una pudica Susanna (e il nome in ebraico, guarda caso, significa giglio) che si ritrae e che compare anche in un'altra composizione vegliata dai volti ormai antichi dello stesso autore e dell'amico Tono Zancanaro.
Perché il mondo di Celin è bianco, cosi bianco? Più che alla nostalgia per una verginità e purezza perdute, siamo inclini a pensare a una condizione neutra in cui tutto è già avvenuto e cancellato fino a lasciarne le sole e opache tracce, Nel bianco, allora, si celano mille possibilità, che forse non diventeranno mai eventi, ma che vivono proprio in grazia della loro riluttanza ad apparire.
Il bianco, sosteneva Platone, ha il colore che meglio si addice agli dei, ma è anche negazione di qualcosa. Negazione di una miracolosa nudità femminile che accende le luci vane del nostro desiderio, impossibilità di accedere alla santità di una Vergine adorna che si appresta a scomparire in candidi vapori, crudele sottrazione di un paesaggio lagunare che si cela in una fitta nebbia.
Dunque bianca è la luce che gioca su infinite sfumature e bianca è la materia, quella che si aggiunge e quella che si toglie. Bianca una carta sottile e lattiginosa che vela l'immagine, bianche le sabbie e le colle, bianca la ferita sulla tela e bianca la macchia, bianchi i colpi di spatola e certi filamenti che diventano contorni e fioriture e ghirigori.
Chiedersi , a questo punto, quali simboli e quali valenze segrete il bianco rechi in sé per farsi metafora dell'esistenza ci sembra risibile e, forse, un poco impudente.

Sergio Garbato
Dal " Il Resto del Carlino" del 12 maggio 2004