Le suggestioni monocromatiche di Ferdinando Celin

Scritto da Vittorio Esposito
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Dopo una lunga ricerca sulla materia pittorica, affrontata con il rigore di chi è abituato ad utilizzare il disegno per evidenziare quei dettagli che danno significato alla rappresentazione, Ferdinando Celin è pervenuto alla monocromia, ad una pittura basata sulla sapienza cromatica di un unico colore, il bianco, utilizzato come scelta estetica, pregio stilistico.
Con la monocromia Celin non rinuncia al senso del racconto attraverso l'armonia delle forme e il gusto certo del segno. Egli, cioè, riesce ad imprimere al processo percettivo dell'osservatore un'accentuazione, attraverso le tonalità cromatiche, che consente di apprezzare con assoluta completezza tutta la "realtà" contenuta nell'opera. I suoi soggetti preferiti (scorci di Venezia, paesaggi veneti, nudi ma anche soggetti sacri) sono trattati con "inquadrature" stupefacenti, con sovrapposizione di strati di colore giocato su una gamma di toni bianchi e accenni di velature beige, rosa, celesti, verdi dai valori cromatici vicini al bianco per creare nello spazio pittorico le necessarie profondità che danno rilievo alla raffigurazione. Attraverso una sottilissima modulazione dell'intensità luminosa dei toni, Celin perviene ad una definizione delle forme in una sorta di bassorilievo pittorico. In questo modo la sua opera si stacca e si distingue dalle atmosfere romantiche proprie della pittura veneta per acquistare quella del vetro "lattimo" inciso ad intaglio dai maestri vetrai di Murano. Nei dipinti di Celin la minima quantità cromatica è sufficiente a svelare la perfetta corrispondenza tra colore ed esaltazione delle forme dell'architettura dei ponti, dei palazzi, delle chiese, delle figure che vengono materializzate nella lattiginosa nebbia veneziana. Ferdinando Celin, cioè, considera il colore come materiale strutturale per evocare sulla tela le forme che meglio interpretano, pur nel rigore della loro verità, la sua visione della realtà.