Per Nando Celin

Scritto da Franco Tagliapietra
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La convinzione e l'abnegazione con cui Ferdinando Celin opera nel campo dell'arte da diversi anni gli frutta la soddisfazione di questa mostra personale in un luogo non lontano dal suo atelier, in un ambiente che gli è caro -quello della terraferma veneziana, al confine con la laguna- così diverso dalla storica urbanizzazione della città dei dogi, ma ugualmente così geograficamente prossimo. L'intera esistenza di Celin è un atto di adesione sentimentale nei confronti del territorio veneziano che l'ha visto nascere e poi maturare come artista; il destino che inesorabilmente lo ha portato all'arte con le difficoltà e le rinunce che questa scelta ha comportato, l'affinarsi nel corso del tempo delle diverse tecniche artistiche, la meditata scelta dei soggetti pittorici, lo hanno condotto ad una produzione apparentemente gradevole ed accattivante, ma ugualmente densa di motivi profondi e di risultati affascinanti.
La prima produzione di Celin può di buon grado inserirsi nella tradizione della pittura veneziana dei primi due decenni del secolo; l'artista non nasconde un'intensa predilezione per alcuni maestri di un tempo, in particolare Gino Rossi e Umberto Moggioli, riprendendo la loro lezione di pittura dal vero che proveniva direttamente dagli insegnamenti degli impressionisti e dei postimpressionisti francesi. In analogia con questi illustri predecessori, Celin è alla continua ricerca del motivo, del paesaggio, della natura morta e dell'impressione che intende dare attraverso l'uso sapiente della luce e del colore.
In seguito, nel suo percorso artistico, è avvenuto l'incontro con la serigrafia, con la possibilità, pertanto, di poter riprodurre svariate volte l'immagine generatrice di partenza. Attraverso questa tecnica riproduttiva, Celin propone opere in serie, ognuna dotata di un disegno comune, ma ciascuna diversa per gli interventi successivi: toni, luci, atmosfere, improvvisazioni decretano l'unicità e l'assoluta autenticità di ognuno di questi lavori. In gran parte di essi appare prevalente l'uso di immagini di una Venezia da cartolina, con alcuni dei suoi più tradizionali scorci, come la Chiesa della Salute vista dal Canal Grande, o un solitario rio percorso da una gondola, o la facciata della Basilica di San Marco. Questo stereotipo veneziano è trattato intelligentemente da Celin come un gradevole e pretestuoso supporto per l'esercizio autentico e virtuoso della sua arte: quello della pratica pittorica, dell'aggiungere o del togliere materia, macchia, tono, valore cromatico.
Con questi dipinti l'artista vuole rappresentare uno spazio senza tempo, proprio in un tempo nel quale l'esercizio della pittura sembra assumere un valore quasi eroico. Nell'eclettismo di proposte artistiche che contraddistingue questa fine di millennio, Celin trova la forza e la costanza di dedicarsi ancora, nonostante tutto, esclusivamente all'amata pittura.
Questa, negli ultimi tempi, è andata sempre più affinandosi, giungendo ad un'autentica rarefazione formale nelle serie dei monocromi bianchi che vengono presentati in gran numero in questa sede. Questa recente produzione procede infatti sempre più verso l'essenzialità formale, verso l'estremo limite del bianco puro. Tuttavia, ogni dipinto è pur sempre caratterizzato da un certo tonalismo teso ad evidenziare un'atmosfera, volta per volta calda o fredda, giocata su minime variazioni della materialità del pigmento. Interventi aggiuntivi come addensamenti, macchie, intrecci filamentosi di colore o, all'opposto, interventi di espunzione della materia pittorica tramite incisioni o abrasioni, diventano segni significanti di una realtà per lo più allusa, costituita da contorni spesso indefinibili, da atmosfere rarefatte. In questa sinfonia monocroma emerge tuttavia ancora una volta l'immagine veneziana: si osservi ad esempio, nelle diverse redazioni della Chiesa della Salute, come le diverse stesure del colore costituiscano la voluta architettonica, la statua, la colonna; come anche un essenziale atto sottrattivo possa rendere l'idea del profilo leggero di una gondola che solca il Canal Grande; come la Basilica di San Marco, con le sue mirabili cupole, sembri effettivamente galleggiare sull'acqua, in una sorta di bruma indistinta dalla quale, a malapena, si può scorgere un mosaico d'oro sottostante la volta di sinistra...
Gioco sublime di grandi spazi e di grandi equilibri, dunque, quest'ultima produzione di Celin; evento magico che si manifesta, non tanto attraverso la monumentalità della città, quanto nella trascendente atmosfera in disfacimento di un bianco fantasma a volte brumoso, a volte abbagliante.