Metafisica citazionista

Da sempre, il concetto di Arte si dibatte tra “trascendenza” ed “imminenza”.
Raffaello nella Scuola di Atene, delle Stanze Vaticane, rappresenta Platone ed Aristotele, suo massimo allievo, il primo con il braccio e l’indice indicante l’alto: il trascendente, il secondo indicante il basso: l’imminente e la sua storicità.
Sono i due modi per giungere alla conoscenza.
Platone pone tre tappe conseguenti: l’arte, la religione e la filosofia che lo spirito deve conquistare per giungere alla conoscenza, la quale non è altro, alla fine, che il riconoscimento dello spirito di sé stesso.
Aristotele, invece, pone la conoscenza nell’immanenza della storia, un conoscere tutto terreno che si acquisisce attraverso lo scorrere della storia.
La storia del pensiero umano, e quindi anche la storia dell’arte, è tutta compresa fra questi due concetti, avvicinandosi nel suo addivenire, ora alla trascendente ora al terreno.
Ad esempio, dal III° al VIII° secolo, l’arte è trascendenza: le immagini devono alludere ed indurre al mistico, all’ultraterreno.
Lo strascico, di questo modo di vedere l’arte, si protrarrà per tutto il Medio Evo, fino a quando Giotto metterà in croce un “ contadino”. È il ritorno al terreno, alla riscoperta dell’uomo inteso nel senso classico di protagonista: è la strada che porterà all’inizio del Rinascimento.
Uno dei massimi, se non il sommo esponente del Rinascimento, Leonardo, nel suo Trattato della Pittura, afferma che l’artista, non solo vede le cose con lo sguardo comune, ma vede nella natura ciò che i comuni mortali non percepiscono: linee e forme nascoste che solo l’artista taumaturgo può e deve mettere in evidenza.
I due concetti procedono poi, nel secolo dei lumi, con la diatriba, tutta filosofica, tra l’eleborata trascendenza di Hegel e la razionalità di Kant.
L’Ottocento vede un ritorno al mistico, al mistero, al trascendente, vedi Johann Heinrich Fussli, William Blake, Dante Gabriel Rossetti…
Il Novecento, il tremendo secolo appena trascorso, è il momento delle grandi distruzioni e dei grandi stravolgimenti.
Anche l’Arte, come è logico, subisce questa sorte.
Il Dada, fino dal 1904, si prefigge questo scopo, aiutato dal Futurismo e da tutti gli “ismi” seguenti. Sembra proprio che, a partire dall’orinatoio di Duchamp fino alla merda d’artista di Manzoni, l’obiettivo sia raggiunto: l’Arte, quella conosciuta prima, sembra sia stata veramente annullata, uccisa, buttata in “merda”.
Più in là non si va, neanche con i gocciolamenti, le bruciature, gli impacchettamenti, i televisori o le varie installazioni: il vertice, la summa dell’arte del ‘900, è la scatoletta di Manzoni.
Non ho mai condiviso tutto ciò, e remato sempre contro alle varie mode che si sono susseguite, fermo nella mia visione figurativa della Pittura e forse, per essere oggi avanguardia, bisogna guardare al passato,citandolo.
Il mondo di oggi poi, con la sua travolgente produzioni di immagini: dalla pubblicità alla infinita miriade di carta stampata, dalla fotografia al cinema e televisione, fa pensare che sia divenuto inutile produrre altre immagini. Tanto più che la loro abbondanza ce le fa trattare con sufficienza: le guardiamo ma non le vediamo.
Faccio sempre l’esempio della cartolina rappresentante un monumento famoso, mandata dall’amico, la quale viene guardata dal lato scritto, considerando solo di sfuggita quello illustrato.
Forse, oggi, è meglio mettere in evidenza quelle infinite immagini che sono a disposizione, che più ci toccano e che più si apprezzano,che inventarne di nuove.
Per fare questo, ho pensato di rivolgermi a Platone e alla sua metafisica.
Arrivare cioè all’idea prima che ha prodotto l’oggetto in quel non luogo che è la mente.
Il mondo metafisico, secondo me, non si rappresenta allungando le ombre o eliminando la figura umana, né dipingendo cavallini con code assurde in riva al mare tra ruderi classici, ma entrandoci dentro.
Lo penso immateriale, in un vuoto che tutti abbiamo sperimentato sognando.
In quel vuoto incolore si stagliano i progetti per gli oggetti futuri e quelli già esistenti, nella loro essenza che non può essere che un fantasma definito e disegnato dal bianco nella nostra mente.
Ecco perché sono giunto al bianco su bianco già dal 1996.
Proseguendo nella mia ricerca, ho un po’ deviato e sono apparse sfumature, molto diluite di altri colori, ma il concetto resta il medesimo.
Mi resta il dubbio, alla fine, di aver creato altre immagini.
Speriamo,almeno, piacciano!